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Gladio e la strage di Alcamo: in esclusiva le dichiarazioni del Gen. Paolo Inzerilli, ex comandante di Gladio

Alcune precisazioni sul presunto coinvolgimento della Gladio Italiana nella strage di Alcamo Marina del 1976 dove in una casermetta vennero trucidati due giovani carabinieri

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La polizia indiana rifiuta autopsia

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Fonte : LaStampa.it
Esteri . 20/02/2012 - retroscena

La polizia indiana rifiuta autopsia e test dei proiettili 


Se non ci fossero le distanze siderali di mezzo, due culture così lontane, un moto di popolo in Kerala dove 200 milioni di elettori voteranno tra qualche mese, una Sonia Ghandi al governo che non può permettersi di apparire minimanente sensibile alle sollecitazioni italiane, e persino un governo locale nel Kerala che è in polemica con il governo centrale ed è pronto a cavalcare l’indignazione popolare (il «chief minister» del Kerala, Oommen Chandy, ha proclamato a caldo: «Siamo di fronte ad un caso chiaro di crudele assassinio»), la vicenda della «Enrica Lexie» sarebbe molto semplice. Ci sono due versioni che non collidono? Bene, sia dia la parola alle prove.

Gli italiani hanno sparato 20 colpi e su questo non ci può essere dubbio in quanto le munizioni dei nostri militari sono contate. Gli indiani dapprima hanno sostenuto che fossero stati sparati 60 colpi contro il loro peschereccio; ieri hanno aggiustato il tiro e conteggiano 16 fori di proiettile nello scafo e 4 colpi nei corpi degli sventurati pescatori. E allora - ha sostenuto la missione di dirigenti ministeriali italiani - ci si chiuda in un laboratorio e si controlli il tipo di proiettile che ha colpito il peschereccio. Invece no. Le autorità del Kerala ne fanno una questione di principio. Le loro prove non verranno condivise con la commissione d’inchiesta italiana che s’è precipitata a Kochi.

Seconda questione: i corpi. Le autorità italiane hanno chiesto fin dal primo istante, oltre all’esame del peschereccio, di procedere all’autopsia sui due cadaveri. Dovrebbe essere semplice stabilire se sono stati colpiti da munizioni del tipo italiano oppure no. Era, quello italiano, un invito che sapeva di sfida. Già, perché la Marina militare e il nostro governo credono alla parola dei due militari e quindi sono sicuri che da un’autopsia verrebbero le prove a discolpa. Ma anche questo accertamento, al momento, non viene accordato. Senza dare troppe spiegazioni, ma lasciando intendere che un accertamento medico-legale sarebbe considerato oltraggioso dal popolo, le autorità del Kerala finora hanno negato anche l’autopsia.

Ecco perché, tre giorni dopo il fermo della nave italiana, il governo italiano s’è reso conto che in India la realtà è molto più complicata di quanto s’immaginasse. «La situazione non è tranquillizzante», dice la ministra della Giustizia, Paola Severino.

A confrontarle, delle due versioni non torna nulla: né l’ora del conflitto a fuoco, né il tipo di peschereccio, né il luogo. Secondo il libro mastro della «Enrica Lexie» il tentativo di abbordaggio avviene a 33 miglia dalla costa, in acque internazionali. Lo dichiara il satellite e ciò comporta che la giurisdizione è italiana. Secondo gli indiani, invece, i colpi sarebbero stati sparati a 22 miglia dalla costa. Il che, con interpretazione assai estensiva sulle «acque contigue» a quelle territoriali, porta quelle autorità a sostenere la loro competenza.

E ancora: i due marò italiani sostengono fin dalla prima versione, ribadita ancora ieri dapprima alla nostra commissione ministeriale, poi alla polizia locale, di avere visto a bordo del peschereccio ostile cinque persone armate, con fucili a tracolla. «I pescatori erano disarmati», ribatte la polizia del Kerala. Ma questo è forse l’unico punto su cui tutti concordano. I militari italiani non dubitano che gli undici pescatori fossero disarmati perché, appunto, non erano i cinque pirati contro cui sono state sparate le salve di dissuasione.

Resta poi un mistero il tentativo abbordaggio a un’altra petroliera, registrato dai Lloyd’s di Londra, quattro ore dopo il conflitto a fuoco che ha visto protagonista la «Enrica Lexie». Questa seconda petroliera era sotto costa, vicinissima al porto di Kochi, e ha riferito di un tentativo di abbordaggio da parte di venti pirati. Di qui il dubbio: probabilmente i conflitti a fuoco contro petroliere occidentali quella notte sono stati due, uno al largo e l’altro sotto la costa indiana. Ma in quale dei due conflitti sono stati coinvolti i pescatori?

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p.s. Soluzione ? Andiamoci a riprendere i nostri ragazzi !!!

Scritto da Administrator Lunedì 20 Febbraio 2012 20:19

 

GLADIO e la strage di Alcamo...

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Gladio e la strage di Alcamo: in esclusiva le dichiarazioni del Gen. Paolo Inzerilli, ex comandante di Gladio

Alcune precisazioni sul presunto coinvolgimento della Gladio Italiana nella strage di Alcamo Marina del 1976 dove in una casermetta vennero trucidati due giovani carabinieri

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Ultimo aggiornamento Sabato 18 Febbraio 2012 12:04 Scritto da Administrator Venerdì 17 Febbraio 2012 20:26

 

Dott.Riccardo PAlma - PIRATI SOMALI E POSIZIONAMENTO DELLA NEGOZIAZIONE OPERATIVA

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" La migliore guerra è quella che si vince senza combattere "
S u n   T z u  -  L' a r t e  d e l l a   G u e r r a

 

ANALISI DEL FENOMENO DEI PIRATI SOMALI  E POSIZIONAMENTO DELLA NEGOZIAZIONE OPERATIVA

  

 

 

La presente indagine si propone di valutare ed analizzare il fenomeno della pirateria marittima in Somalia, in relazione alla  negoziazione di ostaggi e al  teatro operativo  in cui la stessa deve essere realizzata , tenuto conto  della  situazione politica locale  di uno Stato in cui regna la totale anarchia e dove la gestione del potere risulta frammentata in gruppi il cui credo spazia dall’interesse commerciale all’integralismo religioso di matrice islamica .

In tal senso si analizzerà il profilo dei pirati somali e si cotruirà un protocollo operativo applicabile al caso concreto.

  1. La pirateria marittima – brevi cenni

 

La pirateria marittima è un crimine caratterizzato dal compimento di atti di violenza e depredazione nonché dal rapimento con detenzione di ostaggi  commesso ​​dall'equipaggio o dai passeggeri di una nave contro un'altra nave .

Il fenomeno in Somalia  è determinato dalla mancanza di sorveglianza istituzionale delle acque prospicienti le coste.

Ci troviamo, infatti , in presenza di uno stato senza struttura che non riesce a mantenere l’ordine nel proprio territorio e di conseguenza non può impedire atti di banditismo in mare.

Se il paese fosse “ istituzionalmente strutturato ” le forze marittime dello stesso certamente risulterebbero impegnate in azioni di polizia volte ad impedire il perpetrarsi del fenomeno.

Non ci si vuole dilungare sulle problematiche politiche  della Somalia , argomento di cui si è  ampiamente dibattuto , basterà in questa sede rimarcare come interessi economici ed anarchia facciano da padroni nel panorama geopolitico del Corno d’Africa .

 

 

 

  1. I gruppi operativi in Somalia – “Pirati Organizzati”

I quattro principali gruppi di pirati che operano lungo le coste somale sono:

1.      Il National Volunteer Coast Guard (NVCG), comandato da Garaad Mohamed, specializzato nell’ intercettare piccole imbarcazioni e pescherecci intorno Chisimaio sulla costa meridionale.

2.      Il Marka, sotto il comando di Sheikh Yusuf Mohamed Siad (noto anche come Yusuf Indha'adde), è costituito da diversi gruppi non eccessivamente organizzati che operano intorno alla città di Marka.

3.      Il terzo gruppo è composto da pescatori somali che operano in tutto il Puntland – c.d gruppo Puntland.

4.      I Somali Marines : sono la più potente e sofisticata organizzazione di pirateria. Guidati dal signore della guerra Mohamed Abdi Afweyne.

Il gruppo Somali Marines è dotato di  una struttura militare e di un  organizzazione di gestione delle c.d. operazioni finanziarie.

fonte Globalsecurity.org

 

3.  Profilo del Pirata Somalo

 

La maggior parte dei pirati ha un età tra i 20 e i 35 anni e proviene dalla regione del Puntland nel nord-est della Somalia.

I pirati possono essere suddivisi in tre categorie:

1.      pescatori, considerati il braccio delle operazioni grazie alla loro abilità e alla profonda conoscenza del mare.

2.      Ex-miliziani che in precedenza hanno combattuto per i signori della guerra dei clan locali o che sono ex-militari dell'ex governo di Siad Barre.

3.      Esperti tecnici, che operano con attrezzature anche sofisticate  che hanno ricevuto una accurata formazione sull'utilizzo delle armi, dei motori delle navi e sulla navigazione da compagnie di sicurezza occidentali presenti negli anni passati sul territorio in quanto sotto contratto con il governo del Puntland.

 

4.      Modalità dell’attacco di pirateria

 

Solitamente i pirati utilizzano una nave madre, che fa da base e quartier generale: da qui entrano in azione i commandos, a bordo di skiff, piccole barche veloci, armati di mitragliatori AK 47 e lanciarazzi.

Il modus operandi è sempre lo stesso : i pirati sparano alcuni colpi per chiarire le loro intenzioni, si arrampicano sulla nave presa di mira, ne prendono possesso e sequestrano l’equipaggio.

 

 

L'attacco si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore del mattino.

 

4.1    Modalità operative dell’attacco

 

 

a) per effetto dell’utilizzazione  di  imbarcazioni d'appoggio, gli attacchi avvengono ben al di fuori del limite delle 12 miglia territoriali della Somalia ;

b) l'attacco inizia con l’approssimarsi alle navi di piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità  di oltre 25 nodi ;

c) la nave viene affrontata di fianco o da poppa e sono usate sempre armi di piccolo calibro(armi automatiche e lanciagranate a razzo a propulsione) per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'abbordaggio;

d) vengono poi utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, a questo punto i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte con la finalità di avere il controllo operativo della nave;

e) la nave viene quindi dirottata in una rada amica e da qui parte la trattativa per il riscatto.

Le principali zone ove vengono posizionate le navi sequestrate si trovano ad  Eyl e Harardhere.

1)      Eyl è un’antica ansa portuale della regione autonoma del Puntland che dal 2000 è diventata una delle capitali della pirateria moderna.

Più a Sud, nella provincia di Mudugh, c’è 2) Harardhere: qui, nel maggio 2010 i membri del partito integralista islamico «Hizbul Islam» hanno conquistato il porto, mettendo apparentemente  in fuga i nuovi filibustieri.

In realtà c’è piu’ di un indizio ( la petroliera italiana «Savina Caylyn» era tenuta dai pirati proprio nella rada di Harardhere) che porta a pensare che i pirati siano il “rovescio della medaglia” dei  gruppi militanti islamici legati a fazioni salafite in aperta collaborazione con Al Qaida.

 

  1. Navi dirottate e  marittimi sequestrati

 

Il 21 dicembre 2011 i responsabili dell’operazione antipirateria dell’Unione Europea, “Atalanta”, avevano contato 200 persone in mano ai pirati somali. A questi vanno aggiunti i 22 membri dell’equipaggio della «Enrico Ievoli». Dunque, i pirati dispongono attualmente di 222 ostaggi.

Tale conteggio è quasi coincidente con quello elaborato dall’ International Maritime Bureau, che al 16 dicembre 2011 indicava 176 ostaggi e 10 navi in mani somale.

 Nel 2011 sono stati 232 gli attacchi riportabili ai filibustieri somali, 26 le navi sequestrate, 450 i marittimi.

Dal dicembre 2008, periodo in cui ha avuto inizio l’operazione antipirateria dell’Unione europea, sono stati 2.317 i marittimi presi in ostaggio.

La durata media della prigionia è di circa 5 mesi, il record è stato 19 mesi.
 Almeno 60 ostaggi sono morti durante la detenzione. Molti altri sono stati torturati o hanno subito abusi e violenze.

Il costo medio di un riscatto per nave ed equipaggio  è di circa 8 milioni di dollari. Nel 2010 sarebbero stati versati circa 150 milioni di dollari in riscatti

 

Dall’analisi di tali dati  risulta quindi evidente  il  business sotteso alle azioni di pirateria.

In questa operazione commerciale  “altamente remunerativa” e relativamente pericolosa per chi la commette, si inseriscono - in forma piu’ o meno indiretta - gli interessi delle assicurazioni che hanno aumentano i premi di rischio per le navi che incrociano a largo della Somalia , oltre che quelli dei contractors  che si accingeranno nel 2012 ad allestire la prima flotta privata  antipirateria (a gestire questa flotta la società britannica Convoy Escort  Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai  Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra ).

 

********

parte II

 

Negoziazione operativa e recupero degli ostaggi in Somalia.

 

Tale la situazione che si presenta ad un negoziatore che si accinge ad operare in un area cosi’ delicata .

Evidenti le possibili intrusioni che possono determinare il fallimento dell’operazione.

In un simile panorama risultano poco applicabili i protocolli di negoziazione operativa, che si adoperano normalmente ( prot. FBI ) ed è evidente come gli stessi debbano essere adattati alla situazione geopolitica di riferimento.

In primo luogo risulta utile ricordare  che il compito di  un buon negoziatore  è quello di “salvare le vite umane in pericolo: quelle degli ostaggi e quelle dei sequestratori” - cit. D. Bellomo e dunque lo stesso non deve  mai  essere influenzato da personali valutazioni politiche o religiose.

Tenendo presente gli elementi descritti si può affermare che un professionista della negoziazione, in un tale contesto operativo, deve conoscere alla perfezione la realtà in cui opera al fine di prevenire le eventuali insidie che potrebbero interferire nell’attività volta alla liberazione degli  ostaggi.

 

In tale ottica l’autore di questo rapporto ha ritenuto di poter riadattare al caso concreto i protocolli d’intervento esistenti.

 

a) L’operazione:

 

La negoziazione si innesta in un ciclo operativo costituito per lo più da quattro componenti più una  fase solo eventuale : quella dell’assalto.

 

1.      Attività di intelligence generica

 

Questa fase inizia ben prima della prima comunicazione con i sequestratori.

Se si è in possesso delle identità dei dirottatori o della loro affiliazione terroristica, si potrà procedere alla raccolta di informazioni su eventuali precedenti da parte degli elementi coinvolti, onde stilare un profilo psicologico al fine di anticiparne le mosse.

 

 

2.      Unità di crisi

 

L'unità di crisi ha la responsabilità della gestione di tutti i soggetti coinvolti, facendo proprio il compito di giungere ad una risoluzione pacifica della situazione.

Essa dovrà essere composta esclusivamente da personale con interesse diretto negli eventi contingenti.

Stiamo, quindi, parlando dei responsabili dei servizi segreti, delle forze di polizia, delle forze armate e dei servizi di emergenza, oltre che di un' alta carica dello Stato (quale il Ministro degli Interni) e di eventuali rappresentanti diplomatici.

 

Al suo interno sarà presente una team di negoziazione.

 

 

3.      TEAM di negoziazione:

 

Ha la funzione di mantenere aperto un contatto con i sequestratori onde valutare  le richieste e le motivazioni degli stessi  nonchè la situazione che regna a bordo.

Il Team ha inoltre il compito (gravoso e assolutamente eventuale) di guadagnare tempo al fine di  permettere alle squadre d' assalto di pianificare un eventuale raid.

Laddove le richieste dei sequestratori non possano essere soddisfatte o esista un serio pericolo per la incolumità degli ostaggi si renderà  necessario un intervento armato.

Gli eventi che possono far scattare il piano di liberazione da parte delle unità d' assalto sono di solito. l'uccisione di più di un ostaggio.

 

4. Attività di Intelligence in loco.

E’ resa possibile grazie alle informazioni fornite da eventuali collaboratori (pirati pentiti) che potranno essere reclutati attraverso l’utilizzazione dello schema soldi/ stima con i negoziatori .

In tale fase si dovranno ricercare le seguenti informazioni:

- numero dirottatori, loro armamento ed ubicazione;
- numero esatto degli ostaggi a bordo e loro ubicazione;

- presenza o meno di esplosivi;

- possibilità di raggruppare i sequestratori sul ponte di comando  per farli discutere con il  negoziatore  onde distrarli  in caso di attacco.

 

1.      Allestimento ( comunque  ) del dispositivo d' assalto:

 

una o più squadre d' assalto adeguatamente equipaggiate saranno sempre pronte ad intervenire nel caso gli eventi precipitassero.

L' unità d' intervento potrà provenire da forze speciali addestrate ad hoc.

Contemplabile la presenza di uno o più consiglieri facenti parte di unità militari straniere con pregressa e maggiore esperienza nel campo.

 

 

 

b) Il negoziatore operativo

 

Modalità di svolgimento della trattativa

 con soggetti di cultura  islamica

 

L’approccio che deve essere adottato con soggetti sequestratori di cultura islamica , come i pirati somali, dovrà essere improntato alla delicatezza con mano ferma  e deve mirare a dar luce positiva al diavolo occidentale  che per cultura locale è infido e sempre disposto al tradimento.

In tal guisa le indicazioni che seguono sono state “edulcorate” da forme di  rambismo.

La negoziazione operativa in ambienti a rischio può essere definita “arte della comunicazione gentile”.

 

 Quello che segue è un esempio della detta modalità:

   

 

1

Pianificare con calma.

La parte più importante del negoziato sta nel prendere  tempo per esaminare la situazione e pensare al piano da adottare .

 2

Essere flessibili

Considerare  una vasta gamma di opzioni e risultati senza  fossilizzarsi su di un'unica soluzione.

 Il negoziatore deve essere aperto alle idee e deve evitare  di rinchiudersi nel raggiungimento di  un unico risultato.

 3

Cercare punti in comune con i sequestratori.

Utilizzare un atteggiamento di cooperazione e diminuire i sentimenti di resistenza dei sequestratori.

4

 Affrontare i problemi dal  più importante al meno importante.

Il raggiungimento di un accordo sulle questioni più importanti rende le meno importanti più facili da risolvere.

 5

Scoprire ciò di cui i sequestratori hanno bisogno nell’immediatezza.

Avere alternative - creative - pronte se non si può dare loro quello che chiedono.

 

6

Essere disposti a scendere a compromessi.

Negoziare tenendo in considerazionee un elenco di cose che si è disposti a sacrificare per raggiungere l’ accordo.

 7

Evitare comportamenti di opposizione quali: gli atteggiamenti intimidatori o aggressivi, il sarcasmo, il parlare a voce alta.

Al contrario:  comunicare gentilezza, amicizia, collaborazione, ragionevolezza e candore.

 

 

Concludo questa relazione ritenendo  che un negoziatore, in attività in zone a rischio, non debba necessariamente tenere conto di un protocollo di intervento predefinito , ma debba essere capace di valutare la necessità del momento ritrovandosi  a dover “fare i conti” con vite  che dipendono dalle proprie scelte, tanto e maggiormente quando si tratta con personaggi che - per tradizione, ambiente culturale e  credo religioso - risultino antitetici rispetto alla mentalità occidentale.

Il negoziatore operativo in ambiente arabo-islamico, quale appunto quello somalo,  per ottenere il miglior risultato (portare a casa gli ostaggi senza colpo ferire) dovrà  “ragionare” abbandonando le logiche comportamentali occidentali.

 

dott. Riccardo Palma

 

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 19 Febbraio 2012 11:34 Scritto da Riccardo Palma Domenica 19 Febbraio 2012 11:29

   

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Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Febbraio 2012 20:14 Scritto da Administrator Venerdì 17 Febbraio 2012 19:49

 

ANALISI DEL FENOMENO DEI PIRATI SOMALI E POSIZIONAMENTO DELLA NEGOZIAZIONE OPERATIVA

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" La migliore guerra è quella che si vince senza combattere "
S u n   T z u  -  L' a r t e  d e l l a   G u e r r a

 

ANALISI DEL FENOMENO DEI PIRATI SOMALI  E POSIZIONAMENTO DELLA NEGOZIAZIONE OPERATIVA

 

 

 

 

La presente indagine si propone di valutare ed analizzare il fenomeno della pirateria marittima in Somalia, in relazione alla  negoziazione di ostaggi e al  teatro operativo  in cui la stessa deve essere realizzata , tenuto conto  della  situazione politica locale  di uno Stato in cui regna la totale anarchia e dove la gestione del potere risulta frammentata in gruppi il cui credo spazia dall’interesse commerciale all’integralismo religioso di matrice islamica .

In tal senso si analizzerà il profilo dei pirati somali e si cotruirà un protocollo operativo applicabile al caso concreto.

  1. La pirateria marittima – brevi cenni

 

La pirateria marittima è un crimine caratterizzato dal compimento di atti di violenza e depredazione nonché dal rapimento con detenzione di ostaggi  commesso ​​dall'equipaggio o dai passeggeri di una nave contro un'altra nave .

Il fenomeno in Somalia  è determinato dalla mancanza di sorveglianza istituzionale delle acque prospicienti le coste.

Ci troviamo, infatti , in presenza di uno stato senza struttura che non riesce a mantenere l’ordine nel proprio territorio e di conseguenza non può impedire atti di banditismo in mare.

Se il paese fosse “ istituzionalmente strutturato ” le forze marittime dello stesso certamente risulterebbero impegnate in azioni di polizia volte ad impedire il perpetrarsi del fenomeno.

Non ci si vuole dilungare sulle problematiche politiche  della Somalia , argomento di cui si è  ampiamente dibattuto , basterà in questa sede rimarcare come interessi economici ed anarchia facciano da padroni nel panorama geopolitico del Corno d’Africa .

 

 

 

  1. I gruppi operativi in Somalia – “Pirati Organizzati”

I quattro principali gruppi di pirati che operano lungo le coste somale sono:

1.      Il National Volunteer Coast Guard (NVCG), comandato da Garaad Mohamed, specializzato nell’ intercettare piccole imbarcazioni e pescherecci intorno Chisimaio sulla costa meridionale.

2.      Il Marka, sotto il comando di Sheikh Yusuf Mohamed Siad (noto anche come Yusuf Indha'adde), è costituito da diversi gruppi non eccessivamente organizzati che operano intorno alla città di Marka.

3.      Il terzo gruppo è composto da pescatori somali che operano in tutto il Puntland – c.d gruppo Puntland.

4.      I Somali Marines : sono la più potente e sofisticata organizzazione di pirateria. Guidati dal signore della guerra Mohamed Abdi Afweyne.

Il gruppo Somali Marines è dotato di  una struttura militare e di un  organizzazione di gestione delle c.d. operazioni finanziarie.

fonte Globalsecurity.org

 

3.  Profilo del Pirata Somalo

 

La maggior parte dei pirati ha un età tra i 20 e i 35 anni e proviene dalla regione del Puntland nel nord-est della Somalia.

I pirati possono essere suddivisi in tre categorie:

1.      pescatori, considerati il braccio delle operazioni grazie alla loro abilità e alla profonda conoscenza del mare.

2.      Ex-miliziani che in precedenza hanno combattuto per i signori della guerra dei clan locali o che sono ex-militari dell'ex governo di Siad Barre.

3.      Esperti tecnici, che operano con attrezzature anche sofisticate  che hanno ricevuto una accurata formazione sull'utilizzo delle armi, dei motori delle navi e sulla navigazione da compagnie di sicurezza occidentali presenti negli anni passati sul territorio in quanto sotto contratto con il governo del Puntland.

 

4.      Modalità dell’attacco di pirateria

 

Solitamente i pirati utilizzano una nave madre, che fa da base e quartier generale: da qui entrano in azione i commandos, a bordo di skiff, piccole barche veloci, armati di mitragliatori AK 47 e lanciarazzi.

Il modus operandi è sempre lo stesso : i pirati sparano alcuni colpi per chiarire le loro intenzioni, si arrampicano sulla nave presa di mira, ne prendono possesso e sequestrano l’equipaggio.

 

 

L'attacco si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore del mattino.

 

4.1    Modalità operative dell’attacco

 

 

a) per effetto dell’utilizzazione  di  imbarcazioni d'appoggio, gli attacchi avvengono ben al di fuori del limite delle 12 miglia territoriali della Somalia ;

b) l'attacco inizia con l’approssimarsi alle navi di piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità  di oltre 25 nodi ;

c) la nave viene affrontata di fianco o da poppa e sono usate sempre armi di piccolo calibro(armi automatiche e lanciagranate a razzo a propulsione) per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'abbordaggio;

d) vengono poi utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, a questo punto i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte con la finalità di avere il controllo operativo della nave;

e) la nave viene quindi dirottata in una rada amica e da qui parte la trattativa per il riscatto.

Le principali zone ove vengono posizionate le navi sequestrate si trovano ad  Eyl e Harardhere.

1)      Eyl è un’antica ansa portuale della regione autonoma del Puntland che dal 2000 è diventata una delle capitali della pirateria moderna.

Più a Sud, nella provincia di Mudugh, c’è 2) Harardhere: qui, nel maggio 2010 i membri del partito integralista islamico «Hizbul Islam» hanno conquistato il porto, mettendo apparentemente  in fuga i nuovi filibustieri.

In realtà c’è piu’ di un indizio ( la petroliera italiana «Savina Caylyn» era tenuta dai pirati proprio nella rada di Harardhere) che porta a pensare che i pirati siano il “rovescio della medaglia” dei  gruppi militanti islamici legati a fazioni salafite in aperta collaborazione con Al Qaida.

 

  1. Navi dirottate e  marittimi sequestrati

 

Il 21 dicembre 2011 i responsabili dell’operazione antipirateria dell’Unione Europea, “Atalanta”, avevano contato 200 persone in mano ai pirati somali. A questi vanno aggiunti i 22 membri dell’equipaggio della «Enrico Ievoli». Dunque, i pirati dispongono attualmente di 222 ostaggi.

Tale conteggio è quasi coincidente con quello elaborato dall’ International Maritime Bureau, che al 16 dicembre 2011 indicava 176 ostaggi e 10 navi in mani somale.

 Nel 2011 sono stati 232 gli attacchi riportabili ai filibustieri somali, 26 le navi sequestrate, 450 i marittimi.

Dal dicembre 2008, periodo in cui ha avuto inizio l’operazione antipirateria dell’Unione europea, sono stati 2.317 i marittimi presi in ostaggio.

La durata media della prigionia è di circa 5 mesi, il record è stato 19 mesi.
 Almeno 60 ostaggi sono morti durante la detenzione. Molti altri sono stati torturati o hanno subito abusi e violenze.

Il costo medio di un riscatto per nave ed equipaggio  è di circa 8 milioni di dollari. Nel 2010 sarebbero stati versati circa 150 milioni di dollari in riscatti

 

Dall’analisi di tali dati  risulta quindi evidente  il  business sotteso alle azioni di pirateria.

In questa operazione commerciale  “altamente remunerativa” e relativamente pericolosa per chi la commette, si inseriscono - in forma piu’ o meno indiretta - gli interessi delle assicurazioni che hanno aumentano i premi di rischio per le navi che incrociano a largo della Somalia , oltre che quelli dei contractors  che si accingeranno nel 2012 ad allestire la prima flotta privata  antipirateria (a gestire questa flotta la società britannica Convoy Escort  Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai  Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra ).

 

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parte II

 

Negoziazione operativa e recupero degli ostaggi in Somalia.

 

Tale la situazione che si presenta ad un negoziatore che si accinge ad operare in un area cosi’ delicata .

Evidenti le possibili intrusioni che possono determinare il fallimento dell’operazione.

In un simile panorama risultano poco applicabili i protocolli di negoziazione operativa, che si adoperano normalmente ( prot. FBI ) ed è evidente come gli stessi debbano essere adattati alla situazione geopolitica di riferimento.

In primo luogo risulta utile ricordare  che il compito di  un buon negoziatore  è quello di “salvare le vite umane in pericolo: quelle degli ostaggi e quelle dei sequestratori” - cit. D. Bellomo e dunque lo stesso non deve  mai  essere influenzato da personali valutazioni politiche o religiose.

Tenendo presente gli elementi descritti si può affermare che un professionista della negoziazione, in un tale contesto operativo, deve conoscere alla perfezione la realtà in cui opera al fine di prevenire le eventuali insidie che potrebbero interferire nell’attività volta alla liberazione degli  ostaggi.

 

In tale ottica l’autore di questo rapporto ha ritenuto di poter riadattare al caso concreto i protocolli d’intervento esistenti.

 

a) L’operazione:

 

La negoziazione si innesta in un ciclo operativo costituito per lo più da quattro componenti più una  fase solo eventuale : quella dell’assalto.

 

1.      Attività di intelligence generica

 

Questa fase inizia ben prima della prima comunicazione con i sequestratori.

Se si è in possesso delle identità dei dirottatori o della loro affiliazione terroristica, si potrà procedere alla raccolta di informazioni su eventuali precedenti da parte degli elementi coinvolti, onde stilare un profilo psicologico al fine di anticiparne le mosse.

 

 

2.      Unità di crisi

 

L'unità di crisi ha la responsabilità della gestione di tutti i soggetti coinvolti, facendo proprio il compito di giungere ad una risoluzione pacifica della situazione.

Essa dovrà essere composta esclusivamente da personale con interesse diretto negli eventi contingenti.

Stiamo, quindi, parlando dei responsabili dei servizi segreti, delle forze di polizia, delle forze armate e dei servizi di emergenza, oltre che di un' alta carica dello Stato (quale il Ministro degli Interni) e di eventuali rappresentanti diplomatici.

 

Al suo interno sarà presente una team di negoziazione.

 

 

3.      TEAM di negoziazione:

 

Ha la funzione di mantenere aperto un contatto con i sequestratori onde valutare  le richieste e le motivazioni degli stessi  nonchè la situazione che regna a bordo.

Il Team ha inoltre il compito (gravoso e assolutamente eventuale) di guadagnare tempo al fine di  permettere alle squadre d' assalto di pianificare un eventuale raid.

Laddove le richieste dei sequestratori non possano essere soddisfatte o esista un serio pericolo per la incolumità degli ostaggi si renderà  necessario un intervento armato.

Gli eventi che possono far scattare il piano di liberazione da parte delle unità d' assalto sono di solito. l'uccisione di più di un ostaggio.

 

4. Attività di Intelligence in loco.

E’ resa possibile grazie alle informazioni fornite da eventuali collaboratori (pirati pentiti) che potranno essere reclutati attraverso l’utilizzazione dello schema soldi/ stima con i negoziatori .

In tale fase si dovranno ricercare le seguenti informazioni:

- numero dirottatori, loro armamento ed ubicazione;
- numero esatto degli ostaggi a bordo e loro ubicazione;

- presenza o meno di esplosivi;

- possibilità di raggruppare i sequestratori sul ponte di comando  per farli discutere con il  negoziatore  onde distrarli  in caso di attacco.

 

1.      Allestimento ( comunque  ) del dispositivo d' assalto:

 

una o più squadre d' assalto adeguatamente equipaggiate saranno sempre pronte ad intervenire nel caso gli eventi precipitassero.

L' unità d' intervento potrà provenire da forze speciali addestrate ad hoc.

Contemplabile la presenza di uno o più consiglieri facenti parte di unità militari straniere con pregressa e maggiore esperienza nel campo.

 

 

 

b) Il negoziatore operativo

 

Modalità di svolgimento della trattativa

 con soggetti di cultura  islamica

 

L’approccio che deve essere adottato con soggetti sequestratori di cultura islamica , come i pirati somali, dovrà essere improntato alla delicatezza con mano ferma  e deve mirare a dar luce positiva al diavolo occidentale  che per cultura locale è infido e sempre disposto al tradimento.

In tal guisa le indicazioni che seguono sono state “edulcorate” da forme di  rambismo.

La negoziazione operativa in ambienti a rischio può essere definita “arte della comunicazione gentile”.

 

 Quello che segue è un esempio della detta modalità:

   

 

1

Pianificare con calma.

La parte più importante del negoziato sta nel prendere  tempo per esaminare la situazione e pensare al piano da adottare .

 2

Essere flessibili

Considerare  una vasta gamma di opzioni e risultati senza  fossilizzarsi su di un'unica soluzione.

 Il negoziatore deve essere aperto alle idee e deve evitare  di rinchiudersi nel raggiungimento di  un unico risultato.

 3

Cercare punti in comune con i sequestratori.

Utilizzare un atteggiamento di cooperazione e diminuire i sentimenti di resistenza dei sequestratori.

4

 Affrontare i problemi dal  più importante al meno importante.

Il raggiungimento di un accordo sulle questioni più importanti rende le meno importanti più facili da risolvere.

 5

Scoprire ciò di cui i sequestratori hanno bisogno nell’immediatezza.

Avere alternative - creative - pronte se non si può dare loro quello che chiedono.

 

6

Essere disposti a scendere a compromessi.

Negoziare tenendo in considerazionee un elenco di cose che si è disposti a sacrificare per raggiungere l’ accordo.

 7

Evitare comportamenti di opposizione quali: gli atteggiamenti intimidatori o aggressivi, il sarcasmo, il parlare a voce alta.

Al contrario:  comunicare gentilezza, amicizia, collaborazione, ragionevolezza e candore.

 

 

Concludo questa relazione ritenendo  che un negoziatore, in attività in zone a rischio, non debba necessariamente tenere conto di un protocollo di intervento predefinito , ma debba essere capace di valutare la necessità del momento ritrovandosi  a dover “fare i conti” con vite  che dipendono dalle proprie scelte, tanto e maggiormente quando si tratta con personaggi che - per tradizione, ambiente culturale e  credo religioso - risultino antitetici rispetto alla mentalità occidentale.

Il negoziatore operativo in ambiente arabo-islamico, quale appunto quello somalo,  per ottenere il miglior risultato (portare a casa gli ostaggi senza colpo ferire) dovrà  “ragionare” abbandonando le logiche comportamentali occidentali.

 

dott. Riccardo Palma

 

 

 

Scritto da Riccardo Palma Domenica 19 Febbraio 2012 11:29

   

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